Come sempre, Gramellini trova il modo di spostare il punto di vista e le somme si possono tirare in modo differente. Forse anche più serie.
“Voto con gli interessi” di Massimo Gramellini (La Stampa 6 aprile 2006)
Il recente contributo di Berlusconi all’ecologia del linguaggio ha fatto passare ingiustamente in secondo piano il ragionamento politico di cui la ex parola-tabù era il perno. Il presidente del Consiglio ritiene che un cittadino che voti senza pensare al proprio tornaconto economico immediato sia un masochista, un ingenuo, un sinonimo di sprovveduto. Non gli passa neanche per la testa che, morte le ideologie, possano avere ancora un senso gli ideali e i progetti. L’elettore evocato dal premier assomiglia al consumatore che si aggira fra i banchi di un supermercato in cerca dell’offerta speciale: «Prendi tre paghi due», «Sì, avete capito bene: a-bo-li-rò l’Ici!». E pazienza se la merce scontata contiene qualche brutta sorpresa e comunque non è di primissima qualità: tanto, nella percezione dell’uomo comune, i politici come i prodotti sono tutti uguali.
Questa visione bottegaia della vita pubblica risulta peraltro suffragata da un secolo di storia italiana: Berlusconi è il campione di quella media borghesia che non avendo mai avuto senso dello Stato né visione d’insieme, ha impedito la nascita di una destra moderna e liberale e, per contrasto, di una sinistra meno conservatrice e nostalgica. Non sarà il taglio demagogico di una tassa o, nel campo opposto, la difesa altrettanto demagogica di un sistema sociale in crisi a poter cambiare il corso incerto delle nostre esistenze. È sacrosanto badare agli affari propri, ma per badarvi sul serio servirebbe applicare criteri di scelta meno miopi. Altrimenti, a furia di voler passare sempre per furbi, si finisce per fare davvero, con rispetto parlando, la figura dei coglioni.