la Resistenza non armata

scritto da il 30 aprile 2007

Volevo presentarvi solo un sunto dell’editoriale di Carlo Gubitosa pubblicato su PeaceLink. Ma rileggendolo mi sono accorto che ogni pezzo era importante: la storia di Paolo Sabbetta e della tenuta agricola, le storie di Resistenza non violenta in Europa, il tentativo di alcuni storici di diffondere queste conoscenze e l’incapacità della politica italiana di valorizzarle. E’ un po’ lungo ma vale la pena leggerlo.

«Contro Hitler a mani nude

di Carlo Gubitosa

Novantacinque anni, fisico minuto e asciutto, occhi lucidi e una storia affascinante da raccontare: Paolo Sabbetta e’ il protagonista di una delle piu’ intense esperienze europee di resistenza non armata e nonviolenta, uno “Schindler italiano” che con un po’ di improvvisazione, una buona dose di coraggio e la collaborazione di 80 famiglie ha sottratto alle rappresaglie naziste un’intera tenuta agricola, salvando bestiame e uomini da razzie e deportazioni.

Nato a Cerignola, Sabbetta studia da agronomo specializzandosi in agricoltura tropicale, e nel settembre 1943 il regime fascista lo spedisce a dirigere la tenuta agricola di Tor Mancina, un Istituto Sperimentale Zootecnico a 27 chilometri da Roma sulla via Salaria, che si estende su una superficie di ben 1.200 ettari destinati a pascolo e a boschi.

Ed e’ proprio qui che la coscienza si ribella. Il 30 maggio ’44, mentre l’occupazione nazista volgeva al termine, Sabbetta riceve un ordine perentorio dall’ufficiale tedesco assegnato alla tenuta: consegnare per l’indomani venti uomini che avrebbero dovuto lasciare Tor Mancina assieme a bestiame razziato. “Il loro destino era ormai segnato – racconta Sabbetta – sarebbero stati deportati nei lager nazisti”. Appena ricevuta la convocazione, i ragazzi si precipitano in massa da Sabbetta. “Verso l’imbrunire entrarono nella mia stanza – ricorda il novantacinquenne pugliese – e mi accorsi che non erano soli, ma accompagnati dai loro genitori. Le larcime versate dalle mamme avrebbero commosso chiunque”.

La soluzione suggerita da Sabbetta e’ semplice ma rischiosa: presentarsi il giorno dopo da solo, con venti certificati medici che fanno partire i nazisti senza bestiame e senza ragazzi. “In quel momento ho pensato che sarei stato fucilato per aver disobbedito agli ordini – ricorda Sabbetta – ma sono uscito miracolosamente salvo da questo azzardo. Ora sono orgoglioso di essere l’unico italiano che ha beffato i nazisti con un pezzo di carta”.

Questo episodio e’ solo il culmine della resistenza non armata di Tor Mancina, iniziata subito dopo l’armistizio con una serie geniale di stratagemmi e sotterfugi per salvare il salvabile. Tutto e’ documentato nei minimi dettagli dallo stesso Sabbetta, che ha trasformato la sua casa in un archivio/museo: in una sala sono esposte fotografie d’epoca, mappe e ritagli di giornale, lo studio contiene un enorme schedario, ma non c’e’ ancora nessuno in grado di raccogliere questa eredita’ che rischia di andare al macero. “Sin dagli anni ’20 – ci racconta Sabbetta – ho conservato l’abitudine di scrivere il mio diario, conservando lettere, documenti, carteggi, note , appunti, fotografie e schizzi dal vero. Dentro questo archivio c’e’ tutta la mia vita”.

Frugando in questo archivio scopriamo che dal settembre ’43 in poi, per ostacolare le razzie degli occupanti nazisti, le famiglie di Tor Mancina, sotto la direzione di Sabbetta, si sono inventate di tutto: maiali “parcheggiati” nelle grotte prossime alla tenuta, latte sottratto alle mucche di notte per nutrire i partigiani alla macchia, attrezzi di laboratorio murati in una stanza d’angolo, masserizie e indumenti murati nel caseificio, centinaia di quintali di grano, avena, patate, fagioli e granturco nascosti sottoterra o nei silos dell’ovile, olio e formaggi sotterrati, murati o dati in custodia alle famiglie dei dipendenti dell’azienda, finimenti, selle, coperte, libri e registri nascosti nei modi piu’ vari e impensati. E poi troviamo ancora pezzi di ricambio di trattori e automezzi, carburatori, magneti, cingoli e ruote murati in un vano sotterraneo del caseificio, tre trattori agricoli, un motofurgoncino, un camion e due auto resi inutilizzabili, migliaia di capi di bestiame salvati dalle razzie.

A tutto questo si aggiunge l’accoglienza ricevuta nella tenuta di Tor Mancina da alleati, partigiani, militari italiani sbandati e renitenti alla leva ospitati sotto false generalita’ dal personale dell’azienda agricola, che divideva con loro le gia’ scarse razioni delle “tessere annonarie”.

“Durante i mesi dell’occupazione nazista la massima autorita’ era un ufficiale tedesco, e noi siamo riusciti a fargliela sotto il naso. – ricorda Sabbetta con un sorriso di soddisfazione – Sarebbe bastata anche una parola di troppo sfuggita ad uno dei bambini della tenuta: se si fossero accorti delle nostre attivita’ di sabotaggio e dei prodotti murati le conseguenze sarebbero state gravissime, e noi eravamo tutti consapevoli di vivere continuamente con il rischio di retate, deportazioni e fucilazioni. Per me c’e’ piu’ eroismo in questo che nella lotta armata, ma queste esperienze non sono mai state riconosciute ufficialmente”.

Quello di Tor Mancina non e’ un caso isolato: molti altri episodi analoghi dimostrano che i gruppi armati di resistenza sono stati solamente la punta dell’iceberg di un movimento popolare formato da tanti italiani che, attraverso la non collaborazione e il sostegno ai perseguitati, hanno creato un contesto senza il quale la nostra liberazione sarebbe stata impossibile.

C’è chi ha rischiato la vita ospitando per mesi gli ebrei braccati, chi l’8 settembre 1944 ha svuotato l’armadio di famiglia degli abiti da uomo, per consentire ai militari in fuga dalle caserme di disfarsi della divisa con cui sarebbero stati arrestati, chi ebbe il coraggio di scioperare quando lo sciopero era ancora illegale e punito con il licenziamento e l’arresto.

Anche nel resto d’Europa migliaia di persone hanno combattuto il nazismo senza armi. Quando i tedeschi occuparono la Norvegia le scuole, le chiese e i lavoratori nei sindacati sostennero una tenace resistenza nonviolenta. Per reagire alla riforma nazista della scuola, nel 1941 gli insegnanti fecero un grande sciopero, sostenuti da genitori e scolari e dalle chiese. Le scuole ufficiali che avrebbero dovuto seguire i programmi nazisti rimasero chiuse nonostante le pressioni, e fu sviluppato un sistema parallelo di istruzione con il supporto dei genitori, che inondarono il ministero dell’Istruzione con lettere di protesta. Milletrecento insegnanti furono arrestati e inviati ai lavori forzati nei campi di concentramento nel freddo Nord del Paese. Centinaia di essi furono torturati, ma pochissimi cedettero. Così, tra maggio e ottobre del 1942, gli arrestati furono rilasciati e nell’autunno le scuole riaprirono senza i programmi nazisti.

In Danimarca, all”ordine di scrivere “Jude” (ebreo) sulle vetrine dei negozi risposero tutti i negozianti (e non solo gli ebrei), rendendo di fatto indistinguibili i negozi perche’ tutti avevano la stessa scritta. Quando gli ebrei presenti in Danimarca furono costretti a portare la stella gialla come distintivo, il re di Danimarca, Cristiano X, per protesta decise di indossare in pubblico la stella di Davide, seguito da tutta la popolazione. Grazie a questa forma di tutela collettiva non armata furono pochissimi gli ebrei danesi deportati nei campi di concentramento.

Ma oggi la memoria della resistenza non armata rischia di andare perduta: “mentre gli adulti sono quasi indifferenti a questi temi – ci spiega Paolo Sabbetta – i ragazzi che incontro nelle scuole mi hanno sempre dimostrato un interesse vivissimo. Purtroppo l’unico modo di far entrare in contatto i piu’ giovani con la resistenza nonviolenta e’ la mia testimonianza orale. Nessun libro di storia ne parla, e io sono l’unico sopravvissuto di quella esperienza. Dopo di me nessuno ne parlera’ piu’, verra’ tutto sepolto. E’ questo il mio cruccio piu’ grande”.

Tuttavia c’e’ chi cerca di preservare questa memoria scrivendo una storia diversa da quella “ufficiale”, piena solo di battaglie e spostamenti di truppe, una storia che metta in luce il ruolo svolto dalle popolazioni disarmate nella liberazione da tirannie e regimi oppressivi.

Tra questi c’e’ il professor Alessandro Marescotti, insegnante di lettere e presidente dell’associazione “PeaceLink”, che ha realizzato assieme al figlio adolescente Daniele una “Storia della pace e dei diritti umani” liberamente scaricabile su internet all’indirizzo www.peacelink.it. “Il mio lavoro – spiega Marescotti – fa parte di quella corrente, definita di ‘storia sociale’, che si sforza di dare diritto di parola non solo ai sovrani, ai regnanti o ai potenti di turno ma anche alla gente comune, con le sue sofferenze e aspirazioni. La grande maggioranza degli storici – continua il professore – ha visto nella nonviolenza una concezione morale astratta e incapace di basarsi su mezzi concreti. E’ ora di aggiungere alla storia nuovi posti di osservazione, per scoprire che la nonviolenza non è stata una ritirata vigliacca di fronte ai violenti, ma un continuo sacrificio che a differenza della guerra ha aiutato anche gli avversari nella ricerca di un futuro e di un’esistenza più umana”.

Anche Enrico Peyretti, tra i piu’ noti storici italiani della nonviolenza, e’ convinto che questi argomenti siano stati relegati a torto nel limbo delle utopie velleitarie. “La difesa e liberazione senza guerra
è possibile – afferma con decisione Peyretti -. Questa possibilità, anche se fosse minima, è altamente preziosa. Infatti, con la difesa militare un esercito vince, uno perde, due popoli soffrono e probabilmente perdono entrambi: il risultato è a somma zero, se non negativa. Con la difesa non armata c’è la possibilità di risultato a somma positiva: un guadagno in termini globali per entrambi. Questa possibilita’ e’ ancora tutta da scoprire – conclude Peyretti -. Infatti solo in pochissimi casi (che sono i grandi esempi di successo) la difesa non armata è stata usata con una preparazione morale e un addestramento pratico”.

Nel 1996 le istituzioni hanno preso atto dell’esperienza di Tor Mancina, e in quell’anno Sabbetta riceve da Scalfaro l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al merito della Repubblica”. Da quel momento inizia una battaglia personale contro la burocrazia perche’ lo stesso riconoscimento venga assegnato anche a tutti gli altri protagonisti della resistenza nonviolenta di Tor Mancina, le famiglie che hanno sfidato rappresaglie e decimazioni per aver disobbedito alle autorita’ naziste.

Ma dal Quirinale arriva un messaggio perentorio: “il Presidente Scalfaro comprende i sentimenti che ispirano il desiderio di ottenere uno speciale riconoscimento per l’eroico comportamento di tante generose famiglie. Purtroppo le attuali norme di legge non prevedono una simile distinzione”.

In conseguenza delle “norme di legge”, quindi, l’unica onorificenza ricevuta dai resistenti non armati di Tor Mancina rimane l’enorme cartellone esposto nella sala-museo della casa di Sabbetta, dove i visitatori scorrono i pannelli appesi ai muri per scoprire i nomi di ottanta eroi sconosciuti e dimenticati. Come Ernesto Amici, che anche sotto i bombardamenti ha contribuito all’occultamento di grano e avena, Riccardo Giunta, che ha rischiato la vita per salvare dalle razzie due auto, un camion, un motofurgone e tre trattori, Vincenso Passacantilli, capo dei vaccari mungitori, che ha distribuito latte ai militari alla macchia, occultando armi e derrate agricole.

Oggi Paolo Sabbetta vive a Foggia, e a dispetto dei suoi 95 anni e’ ancora attivo e sempre pronto ad accogliere con un sorriso nella sua casa chiunque voglia raccogliere la sua testimonianza. Ha gravissimi problemi di vista, e vorrebbe una indennita’ di accompagnamento, una pensione di invalidita’ o qualunque altra forma di assistenza per avere accanto una persona che lo sostenga nel suo lavoro di memoria della resistenza nonviolenta, leggendo documenti e aiutandolo nella corrispondenza.

Sabbetta sogna che lo status di partigiano sia riconosciuto anche a chi ha praticato, e non solo a Tor Mancina, forme di resistenza non armata, mentre ora questa qualifica e’ riservata per legge solo a chi ha tenuto in mano il fucile per almeno tre mesi. “Anche noi abbiamo portato il nostro mattone per la costruzione dell’edificio della Repubblica – racconta – ma nessuno vuole riconoscerlo. Io mi battero’ fino alla fine per ottenere un riconoscimento ufficiale della Repubblica per le 80 famiglie di Tor Mancina”. Magari in Parlamento qualcuno vorra’ fargli un bel regalo per il suo centenario.»

Parlamento Europeo VS Bagnasco

scritto da il 29 aprile 2007

Leggo in una mail che mi è arrivata (e che riporto condensata):
«Oggi il Parlamento Europeo ha approvato a grande maggioranza (325 voti favorevoli, 124 contrari e 150 astensioni) una risoluzione sull’omofobia in Europa, che ‘ribadisce il suo invito a tutti gli Stati membri a proporre leggi che superino le discriminazioni sofferte da coppie dello stesso sesso’.
Nella proposta di risoluzione presentata dal gruppo GUE/NGL (sinistra unitaria europea, sinistra verde nordica), firmata dagli italiani Monica Frassoni (Verdi), Giusto Catania e Vittorio Agnoletto (Rifondazione Comunista) c’era un attacco esplicito a Mons. Bagnasco, il Presidente della CEI, reo di aver “comparato un progetto di legge che conferisce una serie limitata di diritti alle coppie omosessuali a una licenza a commettere atti di incesto e di pedofilia” (ricordo a tutti che non è vero, Bagnasco non ha mai detto questo), e al Vescovo di Namur, che “il 4 aprile di quest’anno, ha qualificato di “anormale” l’omosessualità, dichiarando che essa “costituisce una tappa di imperfetto sviluppo della sessualità umana”
Il testo è qua, la citazione è al punto R:
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=MOTION&reference=B6-2007-0171&language=IT

Leggetela tutta, questa proposta. E’ essenzialmente un lungo attacco alla Polonia, con molte citazioni di frasi e dichiarazioni di politici. Chiaramente, i cuor di leone che hanno proposto la mozione quando parlano di discriminazioni da parte dei “capofila religiosi in tutta Europa” non fanno mai esempi di imam, tanto per dirne una.
Eppure sappiamo che gli omosessuali nelle comunità islamiche non se la passano troppo bene.

Intanto all’ONU si sono rifiutati di approvare un documento che condannava la lapidazione degli omosessuali in Nigeria,
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=20005
machissenefrega. Avete visto qualcuno stracciarsi le vesti? Strapparsi i capelli? Qualche protesta a bassa voce? Macchè. Meglio prendersela con
Bagnasco.

Nel testo finale della risoluzione il riferimento a Bagnasco non c’è più. E’ rimasto invece il punto 7(…) con cui il Parlamento europeo “condanna i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, in quanto alimentano l’odio e la violenza, anche se ritirati in un secondo tempo, e chiede alle gerarchie delle rispettive organizzazioni di condannarli”.

http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=MOTION&reference=P6-RC-2007-0167&language=IT
Cioè adesso le gerarchie dovrebbero condannare Bagnasco, visto che secondo alcuni lui ha pronunciato frasi discriminatorie? E sul magistero della Chiesa, come la mettiamo?

Ma io pongo un quesito. Oggi leggiamo sul Corriere on line che in alcune scuole della Gran Bretagna non si parla di olocausto e crociate per paura di offendere gli studenti musulmani:
http://www.stranau.it/news/news_0704/no_gb_olo.htm

E che faremo se alcuni musulmani europei si dovessero sentire offesi a sentire parlare di omofobia? Se si venisse a sapere di omosessuali lapidati in paesi islamici, ci sarebbero manifestazioni di protesta in Europa? E se ci fossero, e se i musulmani si offendessero, che succederebbe? Che direbbero allora Agnoletto, Frassoni e Catania?
Prima o poi questo accadrà, specie nei paesi più politically correct, come ad esempio la Gran Bretagna. E vedremo come andrà a finire.
Intanto in Turchia si sono svolti i funerali dei tre cristiani sgozzati a Malatya. Poca gente, una chiesa si tira indietro, una famiglia ottiene il rito islamico. Ce ne parla Il Foglio: http://www.mascellaro.it/web/index.php?page=articolo&CodAmb=0&CodArt=12483

Buona giornata

Assuntina Morresi»

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buona domenica

scritto da il 29 aprile 2007

Buona domenica a=20
tutti!

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prova di messaggio

scritto da il 28 aprile 2007

prova di post inviato via=20
email

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Se avete voglia di una dose mega di gelato, a un prezzo più che onesto, l’indirizzo giusto è la Gelateria torteria artigianale Lillà di Azeglio (TO), paesino vicino ad Ivrea. L’abbiamo scoperta per caso con Fede, passandoci davanti in moto il 25 aprile e notando le persone in coda sulla strada.

E l’abbiamo provata per voi. Risultato? Il gelato è artigianale, nel senso che è prodotto dalla gelateria ma sicuramente con i preparati e non con la frutta fresca (se ci fossimo sbagliati nella valutazione, segnalatemelo che correggo subito!). Il gelato è buono. Ma soprattutto, te ne danno veramente tantissimo!

Il cono da 3 gusti (costo € 1,60) che abbiamo provato, avrà avuto quasi 10 cm di gelato! E per chi ha tanta fame, preparano anche il panino o la brioche farciti di gelato.

Chiuso il lunedì. Dal martedì al venerdì 15-21:30, sabato e domenica 11-22. Ad Azeglio in via Marconi, davanti ai giardinetti.

Non sapevo se per via della privacy potevo raccontare, ma penso di aver ricevuto l’autorizzazione al trattamento dei dati personali. Così posso raccontare della bella serata di ieri, o meglio dell’avvenimento che abbiamo festeggiato: cena a casa Ellena a San Giorgio Canavese, per festeggiare la neo-dottoressa Annalisa! Laureata con una tesi su origami, angoli e tecniche di insegnamento…o almeno così hanno recepito le mie capacità mentali, assai poco matematiche.

Mi spiace non avere una foto da farvi vedere, perchè ieri era più bella del solito… se tutte le professoresse di matematica fossero così! 😉

Congratulazioni Annina!

ps: la cena? Super abbondante e molto buona!

Commenti disabilitati su congratulazioni Dottoressa Annalisa!

ancora Chiambretti?!

scritto da il 27 aprile 2007

Non so a voi, ma a me la pubblicità dell’Alpitour fa veramente schifo! Chiambretti, improvvisato presidente, non mi fa venire voglia di andare in ferie. E’ piuttosto un invito a legarGLI una macina al collo e gettarlo da un burrone!

Se già una pubblicità era di troppo, sentire ancora la sua voce in un nuovo spot è stato devastante: quello della Fiat Panda che invita lo spettatore a non guardare la pubblicità e sfruttare i trenta secondi in tutt’altra maniera. Anche questa pubblicità non mi pare un chissachè.

E pensare che dietro c’è un’idea interessante: Monty, il protagonista di un film degli anni 80 intitolato “Chi più spende più guadagna”, doveva sprecare 30 milioni di dollari in un mese per poterne guadagnare 300. E per farlo, tra le altre cose, decideva di metter su una campagna elettorale basata sull’idea di non votare nessuno.

Più o meno lo stesso concetto è stato utilizzato per questa campagna curata da Leo Burnett. Io questo Leo Burnett non l’avevo mai sentito nominare, ma ho dato un’occhiata al suo sito e l’ho trovato decisamente fantasioso. Aggiungiamo questo: nei 30 secondi di pubblicità della Panda (e anche qualcuno in più) fate un giro sul sito di Leo Burnett…e poi lanciamo una campagna per radiare Chiambretti dal video!

San Paolo: banca armata

scritto da il 24 aprile 2007

Diciamoci la verità: aprire il conto alla San Paolo e metterci dentro dei soldi non è come darli in parrocchia, ma con quel nome, un po’ di sicurezza morale-religiosa questa banca la offre!

E invece, se andiamo a vedere i suoi conti, si scopre che la San Paolo ha un triste primato tra le banche italiane: secondo i primi dati della Presidenza del Consiglio sull’export italiano di armi, San Paolo ha canalizzato circa un terzo dei flussi di cassa del settore, che nell’ultimo anno sono cresciuti del 32% circa, passando da 1,125 a 1,492 miliardi di euro. Questo vuol dire che nel 2006 sui conti dell’istituto torinese sono transitati ben 446 milioni di euro frutto di transazioni internazionali per la compravendita di armi (l’anno precedente erano 164 milioni).

A seguire nella classifica: il gruppo BNP-Paribas, Unicredit, Banca nazionale del lavoro (Bnl), Banca Intesa, Banco di Brescia ed anche Banca popolare di Milano.

Le principali aziende campioni dell’export bellico italiano sono: Agusta, Alenia, Oto Melara, Avio, Selex… tutti in qualche modo gravitanti nella galassia Finmeccanica. In particolare Agusta che, forte anche del contratto per gli elicotteri militari Usa, detiene il 38% circa dei guadagni totali italiani.
Un dato interessante sono i Paesi destinatari dei nostri prodotti bellici e militari: se il 63% sono Paesi della Nato o dell’Ue (che possiamo supporre “paesi tranquilli”) il restante 37% sono Paesi fuori Unione o fuori Alleanza.

In questo restante troviamo al vertice gli Emirati Arabi Uniti (i ricchi petrolieri del deserto hanno ordinato armi di calibro superiore ai 12,7 millimetri, bombe, siluri, razzi, missili, navi da guerra e aeromobili.), ma anche nomi meno rassicuranti: l’Oman (78 milioni per una nazione così piccola?), la Nigeria (teatro recentemente di sequestri ai danni di tecnici italiani dell’Eni), la Corea del Sud incuneata in una delle aree più delicate del pianeta, India e Pakistan, il Venezuela e poi Libia e Singapore.

Questi dati sono stati diffusi in esclusiva da Altreconomia, dove trovate ulteriori approfondimenti.

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ho votato

scritto da il 23 aprile 2007

Ieri ho esercitato il mio diritto-dovere per lo Stato Francese. E ho dovuto inchinarmi di fronte al sistema elettorale adottato.

Molto semplice: un foglietto prestampato con il nome di ogni candidato e una busta azzurra. Prima di entrare nel seggio si prende una copia di ogni foglietto, poi nel seggio si inserisce il foglietto del candidato scelto e si gettano i rimanenti in un cestino a fianco, sempre nell’anonimato del seggio. Si esce e si “imbuca”.

Chiunque abbia fatto parte di un seggio elettorale in Italia capirà che, con questo sistema, non ci sono problemi di assegnazione del voto! Certo non è esente da imperfezioni, ad esempio così non si esprimono le preferenze. Ma mi pare una lezione di come si gestisca una democrazia in modo chiaro.

Per chi ho votato? Fate voi…

 

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votate Chuck Norris!

scritto da il 23 aprile 2007

Un appello alle armi da welovechucknorris.blogspot.com: possiamo fare in modo che Chuck Norris sia il prossimo testimonial della patatina AmicaChips, quella fin’ora pubblicizzata da quel pappamolle di Rocco Siffredi.

Come fare?
1) Visitare il sito di Amica Chips (www.amicachips.com)
2) cliccare nella sezione “scegli il protagonista del nuovo spot Amica Chips
3) compilare i campi: “Testimonial che vorrei” “Nome” e “email”

Semplice vero? Poi non dimenticatevi di far girare la notizia, lanciando questo appello via email! Fate in fretta perchè il concorso scade il 4 maggio!

E ricordatevi: se Rocco Siffredi di patatine ne ha provate tante. Chuck Norris le ha provate tutte. Tutte!

 

please don’t hurt the web!

scritto da il 22 aprile 2007

PER FAVORE NON DANNEGGIARE IL WEB

USA STANDARD APERTI

Una sola è la richiesta di questa dolce volpe: usate standard e tecnologie aperte per costruire i contenuti web!

Promosso dalla MDC (Mozilla Developer Center) e segnalato da www.pseudotecnico.org

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La notizia è di qualche giorno fa: due guru della galassia Internet propongono un codice di buona condotta per i blogger. Jimmy Wales, il fondatore dell’enciclopedia aperta Wikipedia, e Tim ÒReilly, filosofo della nuova generazione di comunicazioni interattive, scrivono un programma in sette punti, che mira a introdurre regole di «civiltà» negli oltre 70 milioni di diari sparsi sulla rete delle reti. In risposta, ottengono un coro di accuse e qualche insulto. (qui i 7 punti in originale) (notizia originale sulla Stampa.it)

Puo’ essere utile rimuovere i messaggi anonimi oppure ignorare i commenti a contenuto offensivo? E ancora, indicare che l’adesione al codice di buona condotta mette veramente in guardia i malintenzionati?

La comunità blogger sembra non aver accolto troppo bene la notizia. Forse perchè, in questi ultimi tempi, ha dimostrato che, pur non avendo regole e ordini professionale, sta diventando sempre più matura e attendibile dell’informazione “istituzionale”, che di regole invece ne ha tante. Un esempio? Provate a guardare quante notizie dei telegiornali (soprattutto nella seconda parte dei tg) nascono da notizie girate sui blog già qualche giorno, se non settimana, prima.

Personalmente però non trovo del tutto sbagliato il concetto. Se uno capita per la prima volta sul mio blog, puo’ anche essere un atto di cortesia fargli trovare il codice di condotta. Una sorta di epistemologia che sta alla base di ciò che uno esprime, e senza la quale diventa difficile collocare le idee. Così, con l’aiuto involontario di uno più esperto, ma con un nome che è una garanzia (Massimo Mantellini), ho scritto una paginetta per spiegare cosa viene fatto da queste parti: “il mio codice di condotta“.

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alcol, vino e giovani

scritto da il 20 aprile 2007

Coldiretti e Città del Vino hanno organizzato un incontro dal titolo: “SALUTE: ALCOL E GIOVANI – formazione e sport per fermare lo sballo?? dal quale sono usciti alcuni numeri interessanti.

L’incontro è nato anche come risposta all’annuncio del ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, sulla prossima approvazione di un disegno di legge che tende a limitare la pubblicità degli alcolici in televisione e sui giornali, e che prevede etichette sulle confezioni che avvertano dei pericoli legati all’abuso di alcol.

Ma veniamo ai numeri: secondo l’Istat, nel 2006 le bevande alcoliche più diffuse tra i giovani nella fascia d’età tra 18-24 anni sono stati con il 48% gli aperitivi, mentre tra gli adolescenti (11/17 anni) sono stati la birra (19,1%) e gli aperitivi (15,7%). Questi primi dati andrebbero a conferma della pericolosità dei cosiddetti ”alcolpops”, mascherati da innocui analcolici, ma promossi con un’immagine di divertimento e colori accattivanti che ne favoriscono il consumo tra i giovanissimi.

Anche per questo gli aperitivi sono le uniche bevande alcoliche che hanno aumentato il numero di consumatori negli ultimi dieci anni, secondo l’analisi dell’Istat del 2006 si evidenzia che, mentre le persone che consumano vino (56,5 per cento) o birra (46,1 per cento) sono leggermente calate, per gli aperitivi si è verificato un aumento del 19%.

Il binge drinking, cioè il consumo sregolato di alcol, ha riguardato nel 2006 il 2,1% dei ragazzi tra gli 11 e i 15 anni, il 12,1% di quelli tra i 16 e i 17 anni e il 15,3% di quelli tra i 18 e i 19 anni.

Tra il 1986 e il 2006 i consumi di vino tra gli italiani si sono ridotti da 68 a 48,8 litri con un calo del 28,2 per cento, ma con un deciso orientamento alla qualità.

Le analisi degli esperti hanno evidenziato che nella società moderna – dice la Coldiretti – cresce un consumo di vino meditato e ragionato che è l’espressione di uno stile di vita “lento” attento all’equilibrio psico-fisico “per stare bene con se stessi” che si vuole contrapporre al binge drinking.

Anche il fatto che almeno il 40% degli oltre 30mila iscritti all’Associazione Italiana Sommelier sono giovani, dimostra che cresce tra le nuove generazioni la cultura della degustazione consapevole del vino, da contrapporre al consumo sregolato di alcol. “Una tendenza che va sostenuta perché il consumo moderato di vino si è dimostrato essere, in ripetute prove scientifiche, positivo per la salute??, ha sostenuto il Presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che “le campagne di informazione devono aiutare a fare chiarezza e a promuovere modelli di consumo positivi senza creare allarmi generalizzati e ingiustificati.??

Per Valentino Valentini, presidente di Città del Vino: “da questi dati si desume che il fenomeno del consumo eccessivo di alcolici tra i giovani è preoccupante e non va sottovalutato. C’è ed è legato a consumi fuori pasto, non riconducibili a un consumo quotidiano associato all’alimentazione o comunque riferibile alla dieta mediterranea. Il vero antidoto contro l’abuso di alcol è la cultura del bere bene e moderato, in particolare vino, perchè se consumato consapevolmente come ampiamente dimostrano molti studi scientifici il vino fa bene, e non male, alla salute”.

(numeri e citazioni tratte dal comunicato stampa della Coldiretti)

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video di vita quotidiana

scritto da il 19 aprile 2007

Siete patiti di video e passate ore su siti come YouTube e fratelli? Da qualche tempo potete aggiungere ai vostri preferiti un nuovo indirizzo: 5min – Life Videpopedia. Un sito realizzato da tre imprenditori israeliani in cui tutti possono spiegare al mondo come risolvere piccoli e grandi problemi della vita quotidiana.

Una galleria di video che, lontano dal caos omnicomprensivo di YouTube, vorrebbe costituire una “Life Videopedia”, un’enciclopedia video della vita quotidiana. L’idea si basa su due presupposti: primo, ciascuno di noi è esperto in qualcosa, ed è giusto che condivida con gli altri il proprio sapere; secondo, la durata massima dei video proposti deve essere di 5 minuti: questo perché – spiega uno degli autori – “oggi la gente va in cerca di soluzioni rapide ed efficaci, specialmente in rete. Viviamo in un mondo frenetico, e quel che vorremmo offrire sono risposte veloci. Per approfondire ci sono i libri”.

Potrete così trovare un medico americano che insegna a combattere il raffreddore con un metodo molto semplice: versandosi poche gocce di acqua ossigenata nelle orecchie, là dove si anniderebbero i virus. Poi c’è un ragazzo che mostra come pulire alla perfezione cd e dvd con acqua e dentifricio e un altro che in soli 5 secondi pulisce un uovo sodo: sbatte sul tavolo le due estremità, racchiude l’uovo nel pugno e ci soffia dentro. (notizia tratta da Avvenire)

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“CARDIFF, 18 aprile 2007 – Italia battuta nella corsa agli Europei 2012. L’Esecutivo dell’Uefa, riunitosi a Cardiff, ha assegnato la competizione alla candidatura congiunta di Polonia e Ucraina, preferita a quelle di Italia e Croazia-Ungheria.” (dalla Gazzetta.it)

Quando ieri è apparsa la notizia ai tg delle 13, non so perchè ma non mi sono sentito nè sorpreso nè particolarmente triste. Non mi sono sentito sorpreso forse perchè questa sconfitta ce la siamo cercata: avremo anche vinto i Mondiali ma il mondo del calcio italiano ha ancora tanto da spiegare alla società civile. E poi, con gli inglesi a Roma ci siamo cascati come polli: provocavano ancora prima di partire e, anche se qualcuno aveva avvertito che serviva a farci escludere dagli Europei, noi la brutta figura non l’abbiamo evitata. E ancora la morte dell’ispettore Raciti, le inchieste che continuamente si aprono… insomma non mi ha sorpreso!

E non mi rende neanche triste, perchè solo la sera prima avevano presentato l’elenco dei lavori da fare: ristrutturazioni e nuovi stadi!

Nuovi stadi? Per questo calcio malato e che fa ammalare? Ma si, continuiamo a costruire stadi!

Scusate, avremo perso la candidatura ma almeno, per dirla con Zio Pasa e Davide risparmiamo!

Ps: attenzione a non farvi troppo influenzare dal pensiero di Zio Pasa e Davide, perchè tifano per quella squadra che noi lasciamo vivere a Torino per beneficenza… 😉

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