la prima cyber-guerra mondiale

scritto da il 20 luglio 2007

Lo spunto mi è arrivato da questo post, scritto molto bene, di Davide Salerno. Io sono solo andato a ricercare la notizia originale su Panorama (che, previa una semplice registrazione, permette di accedere ai suoi articoli e di salvarli in formato pdf!) per poi ripresentarvela riassumendola. L’originale della notizia lo potete trovare sul numero di Panorama del 21/06/2007 alla pagina 122.
Adesso ecco a voi la storia: immaginate un paese in cui la vita digitale è l’ordinario, in cui la rete copre quasi il 70 per cento delle abitazioni e sfiora il 90 per cento nella pubblica amministrazione. Gli abitanti di questo paese si aggiornano, comunicano e utilizzano i servizi bancari senza uscire da casa o dall’ufficio. Il denaro contante è quasi del tutto scomparso: anche l’idraulico è pagato elettronicamente! Anche il voto viene espresso con un clic sul proprio computer, mentre i ministeri hanno praticamente abolito la carta stampata. Ogni ministro arriva con il proprio pc alle sedute del Governo, così che i cittadini sono informati in tempo reale dei provvedimenti allo studio e di quelli approvati. Ed esprimono la propria opinione in presa diretta.

Un paese così esiste davvero: è l’Estonia. Piccolo paese del Baltico di appena 1 milione 300 mila abitanti, che nel 1991
si è staccato dall’unione sovietica e nel 2004 è entrato a far parte dell’Unione Europea e della Nato. Chiamata anche simpaticamente E-stonia, vanta anche eccellenti risultati economici. Purtroppo le relazioni fra Estonia e Russia, anzichè migliorare con l’ingresso nell’Ue e nella Nato dell’Estonia, sono peggiorate perché la Russia sta cercando di provare i limiti della solidarietà europea. Secondo il direttore dell’Istituto di politica estera estone, il Cremlino sta attuando una strategia che mira a dividere i vecchi dai nuovi membri dell’Europa.

Ma cos’è successo per parlare di guerra mondiale? Quando il governo estone ha ordinato lo spostamento del monumento al soldato sovietico, eretto nel 1947, dal centro della capitale Tallin al cimitero dei soldati sovietici, questa decisione non è piaciuta ai russi, arrivati nel secondo dopoguerra per colonizzare il piccolo paese baltico e che rappresentano ancora il 25,6 per cento degli abitanti. Così, fiancheggiati dal neonazionalismo di Vladimir Putin che non ammette insubordinazioni alla periferia del vecchio impero, iniziano la sera del 26 aprile 2007 scorribande di teppisti di etnia russa che bruciano auto, tirano sassi ai pompieri e spaccano vetri urlando «Russia! Russia!».

Ma una forma di guerriglia tecnologicamente più devastante arriva poco dopo: per tutto maggio, per paralizzare l’Estonia, si combatte la prima cyber-war del XXI secolo, con bombardamenti degli hacker, virus e software malevoli. Tecnicamente il metodo più usato è stato quello degli attacchi Ddos (Destributed denial of service), cioè il bombardamento di un server con un’infinita serie di richieste da parte di diversi computer collegati. Il risultato è che il server va in tilt per sovraccarico. Con questo sistema sono stati messi fuori servizio i ministeri chiave, alcune agenzie statali e società private come banche, operatori telefonici, giornali. Con danni che ammonterebbero a 3 milioni di dollari. Le incursioni sono aumentate con l’uso massiccio dei cosiddetti botnet, network di centinaia di migliaia di computer-robot, generalmente in mano alle organizzazioni criminali e in particolare alla mafia russa.

Su richiesta di Tallinn, da Bruxelles sono partiti tre fra i maggiori esperti informatici dell’Ue a cui si è aggiunto un guru israeliano della difesa antihacker. Mentre il vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini, responsabile della giustizia e della sicurezza, ha aperto un’inchiesta. Per la verità, il ministro della Difesa estone aveva chiesto che l’Alleanza atlantica applicasse l’articolo V del trattato, quello che prevede il soccorso Nato in caso di attacco a uno dei suoi membri. Ma il conflitto cibernetico, secondo alcuni giuristi, non rientrerebbe nella categoria della guerra convenzionale.

Tralasciando le impressioni strettamente politiche sul ruolo della Russia, aggiungo solo più, concordando pienamente con Davide Salerno, che ciò che lascia stupefatti è che tutto sia avvenuto nel silenzio quasi più completo dei nostri mass-media! Ma forse, guardando certi “dotti” servizi televisivi non hanno neanche capito la portata dell’evento! O forse a chi li/ci governa andava bene così…

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“sorella acqua”

scritto da il 20 luglio 2007

Sarà che ho la fortuna di vivere in un paese in cui, dai rubinetti esce un’acqua spettacolare, o sarà che mi piace mangiare bene ma non spendere anche 5 euro per una bottiglia d’acqua, fatto sta che questa campagna di sensibilizzazione di Altreconomia mi pare assai azzeccata.
Sul sito dedicato si puo’ leggere che: “Noi italiani siamo i primi consumatori al mondo di acque minerali. Ogni anno ne beviamo quasi 190 litri a testa, in media. E fuori casa, nei locali pubblici, beviamo quasi esclusivamente acqua in bottiglia”.
E fin qui tutto bene, ma: “Spesso sono gli stessi gestori che, quando chiediamo una brocca o un bicchiere di acqua di rubinetto, ci spiegano di non potercela servire, anche se nessuna legge lo vieta”.
Ed ecco lo scopo della campagna “Imbrocchiamola!”: vi chiede di segnalare i ristoranti, i locali, le pasticcerie, i bar che servono l’acqua di rubinetto e quelli che non lo fanno. Diventare così uno strumento per sensibilizzare all’uso dell’acqua di rubinetto che ??è buona, controllata, comoda (arriva in casa) e poco costosa.
I locali già segnalati e altri approfondimenti su: http://www.imbrocchiamola.org/

(questo post l’ho pubblicato ieri su Lo Spillo. Qui a destra ho creato una categoria “Iniziative” per tenere il link alla campagna)